Chilometri zero

Un amico triestino vuole comprare una marmitta della ditta slovena Akrapovic’ per il suo scooter Honda SH 300. Dicono che questa azienda di Novo Mesto, cittadina industriale che si trova a metà tra Zagabria e Lubiana, quindi a circa 130 km. da Trieste, sia la migliore d’Europa nella produzione di terminali di scarico potenziati. Dopo una rapida ed attenta ricerca di mercato, il mio amico ha scoperto che lo stesso modello costa 370,00 € a Roma e 485,00 € a Trieste. È il mercato. È la globalizzazione. Ad 800 km. dalla sua produzione, la marmitta Akrapovic’ costa meno che a zero km.

Se il “motore della storia”, che da sempre marcia verso il progresso, verso l’abbattimento delle frontiere fisiche e mentali, fosse stato fermato da un Grillo di turno, l’Akrapovic’ non produrrebbe marmitte ma zoccoli di ferro per muli e cavalli. Perché altri mezzi di trasporto non esisterebbero.

Se qualcuno avesse invertito il corso della “ruota della storia” con la dittatura dei “chilometri zero”, l’Akrapovic’ probabilmente non produrrebbe nemmeno gli zocccoli. Perché non è detto che a zero km. da Novo Mesto ci siano miniere di ferro. Qualcuno lo dovrebbe portare. Dovrebbe percorrere km.

Se nel passato avessero vinto le filosofie retrograde dei grillini della situazione, quelle contrarie al progresso tecnologico, alla globalizzazione ed alla libertà di mercato, io e mia moglie domani sera non mangeremmo sushi, come abbiamo in programma. Anzi, se dominasse la dittatura dei “chilometri zero”, che Grillo vorrebbe instaurare in Italia, non avrei sposato mia moglie, ma la tizia del piano di sotto. Una selvaggiona dal tono della voce, dall’accento e dai modi trucidamente borgatari e rozzi, che la rendono più simile a un Totti che non al sesso femminile. Ogni volta che la ascolto urlare per le scale, benedico i 1.000 km. che distano tra il mio luogo di nascita e quello di mia moglie! 

Se nel corso del tempo non ci fosse stata la rivoluzione industriale, tanto odiata da Grillo e Casaleggio e dai loro incoscienti ed inconsapevoli elettori, vivremmo ancora nella schiavitù medievale.

Se un prodotto belga è a km. zero – e quindi secondo i grillini molto buono – a Bruxelles, non si capisce perché dovrebbe diventare cattivo percorrendo i km. che distano tra la sua produzione e le tavole italiane.

Una settimana fa ho fatto una ricca mangiata di pesce in un rinomato ristorante di Trastevere. Ci sono stati serviti degli ottimi e freschissimi scampi. Un amico, guardandoli, ha affermato con disprezzo: “Non li mangio, perché sicuramente non provengono dalle nostre coste, ma dalla Spagna”. Non ho discusso: ho divorato anche la sua porzione cercando di capire se dalle chele provenissero suoni di nacchere e di Corrida…

Non ho mai capito perché uno scampo spagnolo dovrebbe essere meno buono di uno italiano. Non ho mai capito perché il pistacchio turco dovrebbe essere meno buono di quello siciliano. Non ho mai capito perché l’olio greco dovrebbe essere peggiore di quello pugliese. Non ho mai capito perché sulle scatole dei petti di pollo c’è scritto “prodotto con pollame italiano”. Che me ne frega che targa avevano i poveri polli finiti in quella confezione? È importante che la carne sia buona o no? E la carne di polli italiani diventa forse cattiva quando percorre i km. che la portano sulle tavole straniere?

Ho il sospetto a volte che i talebani del “km. zero” siano abituati troppo bene. Ad uscire dal loro orticello, percorrere qualche metro, e trovare il cibo cinese, giapponese, indonesiano, malesiano, vietnamita, messicano, argentino, brasiliano, ecc. ecc. in qualsiasi supermercato. Siano abituati ormai a impiegare meno di tre ore per andare da Roma a Milano con la tanto bistratta “alta velocità”. Siano abituati a volare a Stoccolma senza controlli di frontiere con un volo low cost a 50,00 €. E, sazi di tutto ciò, agognino utopie come quella della vita a “km. zero”. Che non ci appartiene più. Per nostra fortuna.

Questo tipo di delirio non conosce confini: in un momento di crisi economica come quello attuale, avremmo bisogno di una rapida crescita del PIL. Al contrario Grillo ed i grillini ci propongono la “decrescita”. Che a casa mia vuol dire aziende che chiudono e disoccupazione in aumento. Per i grillini invece è addirittura una cosa “felice”. Vorrei che mi spiegassero perché i flussi migratori vedono milioni e milioni di persone che abbandonano Paesi in decrescita cronica per cercare una qualità della vita migliore in Paesi in crescita. Vorrei che i grillini mi spiegassero perché non si trasferiscono in massa in Moldova, unico Paese d’Europa che negli ultimi 25 anni non ha mai visto per un solo anno il segno positivo davanti al suo PIL. Il paradiso della decrescita!

Sento già che molti commenteranno queste mie righe accusandomi di essere un turbocapitalista. Risponderò con un brano del “Manifesto del partito comunista” di Karl Marx:

“Di tutte le classi, solo il proletariato è una classe veramente rivoluzionaria. I socialisti utopisti, il piccolo negoziante, l’artigiano, il contadino non sono dunque rivoluzionari, ma conservatori. Ancora più, essi sono reazionari, essi tentano di far girare all’indietro la ruota della storia.”

Con il suo odio per il progresso, per la crescita economica e per il benessere; con il suo disprezzo per la grande industria e la difesa acritica del “piccolo orticello”, Grillo e i grillini assomigliano proprio a quei reazionari socialisti utopisti. Che per Marx erano peggiori della borghesia capitalista.

Un precedente interessante

MENTRE L’EUROZONA E’ NEL CAOS L’IRLANDA SI RIPRENDE PARTE DELLA SUA SOVRANITA’

Che l’eurozona sia nel caos ormai è un dato di fatto. La mancanza di un governo centrale capace di prendere decisioni univoche e chiare (e magari anche razionali e comprensibili, che non guasta) si sta facendo sentire proprio adesso che bisogna fare delle scelte e nessuno sa bene chi sia autorizzato a farle. In mezzo a questo putiferio istituzionale l’Irlanda nel silenzio più assoluto dei media (perché parlare di cose importanti, ci sono tante belle scemenze di cui parlare? Gli occhi di Berlusconi, le lacrime di Bersani, le bacchettate di Grillo, l’elezione del papa, insomma per i cialtroni dell’informazione c’è solo l’imbarazzo della scelta), la piccola Irlanda ha fatto una mossa che potrebbe mettere presto in crisi il colosso d’argilla europeo e nessuno sembra avere la capacità di cambiare gli eventi. La Commissione Europea scarica il compito alla BCE e la BCE, a sua volta, per bocca del suo governatore Mario Draghi, passa la patata bollente al Consiglio Direttivo, che a quanto pare sul caso specifico dell’Irlanda dovrà pronunciarsi entro la fine dell’anno. In questo contesto di confusione assoluta, il governo irlandese guidato dal primo ministro Enda Kenny (foto a sinistra) pare sia l’unica istituzione ad avere le idee chiare e abbia deciso di continuare ad andare avanti per la sua strada, in attesa che qualcuno si decida a pronunciarsi chiaramente sul da farsi. ”Il risultato odierno è un passo storico sulla strada per la ripresa economica” ha detto trionfante al Parlamento di Dublino Kenny qualche giorno fa “Questa manovra assicura la futura sostenibilità finanziaria dello stato“.

 

Per continuare:

http://tempesta-perfetta.blogspot.it/2013/03/mentre-leurozona-e-nel-caos-lirlanda-si.html

 

Ecco dove portano rigore ed austerità senza gradualità. La Merkel rifletta.

I falchi e gli usurai


Il ruolo dell’imperialismo di FMI, Banca Mondiale
e NATO nella distruzione della Jugoslavia

Franco Marenco


Per me la Jugoslavia era l’Europa. Io ci andavo, anche a piedi, non solo in autobus o in macchina o in aeroplano. La Jugoslavia, per quanto frammentata sia potuta essere, era il modello per l’Europa del futuro. Non l’Europa come è adesso, la nostra Europa in un certo senso artificiale, con le sue zone di libero scambio, ma un posto in cui nazionalità diverse vivono mischiate l’una con l’altra, specialmente come facevano i giovani in Jugoslavia, anche dopo la morte di Tito. Ecco, penso che quella sia l’Europa, per come io la vorrei. Perciò, in me l’immagine dell’Europa è stata distrutta con la distruzione della Jugoslavia.

(Peter Handke, intervista televisiva)


Il Fondo Monetario Internazionale è il braccio finanziario della NATO? La domanda sembra pertinente se vengono esaminati con l’attenzione dovuta i dati relativi all’azione congiunta di queste due organizzazioni nei Balcani. Quello che si può dire con certezza è che i mezzi di informazione di massa hanno tralasciato di approfondire il ruolo rivestito dalle istituzioni finanziarie internazionali nella distruzione della Federazione Jugoslava nata dopo la seconda guerra mondiale. Strettamente parlando, questa distruzione è collegata alle avventure politiche e militari dell’ultimo decennio: dalla secessione della Slovenia e della Croazia nel 1991 al massiccio bombardamento nel 1999 dell’odierna Jugoslavia (ridotta alle repubbliche di Serbia e Montenegro). Tuttavia, se il susseguirsi degli avvenimenti viene studiato attentamente si riscontra un forte ruolo attivo avuto dai paesi occidentali, capeggiati dagli Stati Uniti sotto l’egida del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale.

La disintegrazione della Federazione è servita per una completa riorganizzazione dei Balcani: la Slovenia e la Croazia sono potute entrare appieno nell’area d’influenza tedesca e la Germania ha ottenuto un accesso più diretto al Mare Adriatico. Gli Stati Uniti hanno potuto rafforzare la propria influenza militare sul Vecchio Continente ed impiantare nuovi contingenti di truppe. D’altra parte, la Macedonia è diventata il centro di una sfera di interessi americana: questa piccola repubblica è strategica, difatti, in quanto controlla importanti valichi fra l’Est e l’Ovest e fra il Nord e il Sud nelle montagne dei Balcani. Tutta la regione è importante per la sua posizione geografica e per la sua funzione di collegamento fra la Mitteleuropa ed la Turchia così come fra il Mar Nero e l’Adriatico.

Alcuni mezzi di informazione più attenti degli altri hanno dato le notizie relative ai singoli eventi che qui saranno raccontati; tuttavia, è solo considerando l’insieme di questi fatti che si può avvertire appieno la drammatica coerenza che è ad essi sottesa. Alla fine dell’articolo viene fornita una breve bibliografia per coloro che sono interessati ad un approfondimento; bisogna dire però che buona parte delle notizie proviene da “fonti orali:” esse non trovano spazio sulla grande stampa per cui rimangono circoscritte all’interno di una cerchia di persone particolarmente attente e di alcune liste di discussione in internet.

Prima fase: l’indebitamento

Durante gli anni Settanta la crisi energetica spinse il Maresciallo Tito a condurre una politica di investimenti per la costruzione di impianti e il riammodernamento delle infrastrutture: questa politica passò attraverso un grosso indebitamento. Il debito ebbe modo di crescere anche perché dopo avere ottenuto nel 1974 un’autonomia più ampia, le repubbliche costitutive si sentirono autorizzate a contrarre debiti per proprio conto, al di fuori della programmazione federale. Il risultato fu che, già al momento della morte di Tito, la Jugoslavia era dominata in buona parte dalla finanza mondiale.

Gli anni Ottanta furono caratterizzati da una grave crisi economica, nel corso della quale crebbe ulteriormente il divario Nord-Sud. Le importazioni diminuivano fortemente; invece, le esportazioni furono favorite per mezzo di un’inflazione galoppante: 40% nel 1981, 170% nel 1987, e più del 1000% negli anni successivi. L’indebitamento diventava intollerabile e già nel 1987 il tasso di disoccupazione aveva raggiunto il 17%. Questa situazione deve essere confrontata, per esempio, con la situazione vigente nel periodo degli anni Sessanta e Settanta: crescita media annua del PIL intorno al 6%; cure sanitarie gratuite (con un medico ogni 550 abitanti); tasso di alfabetizzazione pari al 90%; aspettativa di vita pari a 72 anni. Ma nel 1980 la disparità economica e sociale fra le repubbliche era diventata enorme, e questa frattura era destinata ad approfondirsi.

La Slovenia, repubblica in assoluto più ricca e sviluppata della Federazione, aveva un prodotto nazionale pro capite comparabile a quello spagnolo o a quello irlandese. Il prodotto nazionale lordo della repubblica rappresentava il 22% del prodotto federale, con soltanto l’8% della popolazione. Essa aveva allacciato forti relazioni economiche con la Germania e con numerose amministrazioni locali italiane ed austriache, e il tasso di disoccupazione si attestava intorno ad appena l’1-2%. Al gradino più basso della scala economica vi era invece la provincia autonoma del Kosovo, con un prodotto nazionale pro capite pari ad un sesto di quello sloveno, e comparabile a quello del Marocco o della Nigeria. Qui, nel 1988 un terzo della popolazione risultava senza occupazione, e il tasso di analfabetismo era del 18%; il tasso di natalità, invece, era il più alto d’Europa (2,5% all’anno). Buona parte della popolazione abbandonava la provincia, a causa delle sue tragiche condizioni economiche.

Tra gli estremi della Slovenia e del Kosovo si trovavano la repubblica di Croazia e la provincia di Vojvodina: entrambe sopra la media jugoslava ma con un prodotto pro capite pari a circa la metà di quello sloveno. Sotto la media, invece, si trovavano la Serbia, il Montenegro, la Macedonia e la Bosnia-Erzegovina. Non si può dire che la Federazione non tentasse di compensare queste differenze economiche: ingenti risorse venivano destinate ad un apposito “fondo per lo sviluppo delle regioni arretrate” analogo alla nostra Cassa per il Mezzogiorno. Questa politica diede in parte risultati positivi, come il miglioramento del sistema sanitario e dell’insegnamento superiore. In Kosovo l’aspettativa di vita crebbe da 48 anni a 66 in vent’anni, mentre i tre quarti degli investimenti provenivano dalle casse federali. E tuttavia ciò non era sufficiente: relativamente al Nord ricco della Jugoslavia il ritardo economico della provincia continuava ad accentuarsi. Parzialmente responsabile lo era stata la riforma economica del 1965, che aveva consentito l’aumento secondo criteri di “mercato” dei prezzi dei prodotti finiti (fabbricati nel Nord della Federazione) pur mantenendo molto basso quelli delle materie prime, di cui erano ricche le province meridionali.

Nel frattempo era calata la collaborazione con gli altri paesi dell’Est, ed in particolare erano venute a mancare le forniture di petrolio sovietico a condizioni agevolate. Il livello astronomico dell’inflazione aveva distrutto il sistema monetario della Federazione e i meccanismi decentrati dell’economia “autogestita” avevano privato il governo centrale degli strumenti di coordinamento della politica economica. La Slovenia e la Croazia, le repubbliche più avanzate e produttive nelle quali affluiva una gran quantità di valuta estera, si battevano per mantenere una posizione privilegiata. Le repubbliche economicamente arretrate, guidate dalla Serbia, tentavano invece di introdurre misure di controllo fiscale e monetario. A livello locale, una serie di progetti insensati e spreconi dissipavano le risorse che la Federazione otteneva tramite il prestito internazionale. In Kosovo, per esempio, dopo la concessione dell’autonomia nel 1974 la classe dirigente locale scialacquò gli aiuti provenienti dalle regioni più ricche, anziché investire nella costruzione di infrastrutture. La qualità della vita si riduceva a vista d’occhio in tutta la Federazione, dando luogo a forti tensioni sociali; gli scioperi e le agitazioni si moltiplicavano a macchia d’olio. Forti dell’autonomia e del decentramento, le varie entità (repubbliche, aziende, ecc.) reagirono alla crisi cercando di salvaguardare la propria esistenza in competizione con gli altri. Nasceva il nazionalismo economico.

Le misure Markovic-Bush

Nell’autunno del 1989, poco prima della caduta del Muro di Berlino, il capo del governo federale jugoslavo Ante Markovic (nominato l’anno precedente) si recò a Washington per negoziare con il presidente Bush la concessione di un nuovo “pacchetto di aiuti.” In sostanza, pressata dai debiti la Jugoslavia accettò di compiere riforme economiche radicali. La ricetta prevedeva una “terapia di attacco” comprendente: (a) il congelamento dei salari (senza curarsi del rapido aumento del costo della vita); (b) la svalutazione del dinaro; (c) ingenti tagli alla spesa pubblica; e (d) l’eliminazione delle compagnie di proprietà statale e di quelle “autogestite.”

Principale obiettivo era la privatizzazione accelerata delle aziende. Al suo ritorno a Belgrado Markovic dispose una legge che prevedeva la rapida messa in liquidazione fallimentare forzata di tutte le aziende considerate “insolventi” e la loro consegna nelle mani delle banche straniere creditrici. Il preavviso dato fu brevissimo (30 giorni): chi non avesse pagato tutti i debiti entro tale termine sarebbe stato liquidato. Inoltre, le banche a proprietà sociale avrebbero dovuto essere rimpiazzate con “istituzioni indipendenti a scopo di lucro.” Si trattava di un pacchetto spaventoso di misure: neanche nei paesi più convinti sostenitori dell’economia di mercato si sarebbe mai osato fare tanto e così precipitosamente. Le conseguenze furono drammatiche: i prezzi presero a salire e il potere di acquisto dei cittadini jugoslavi a collassare (meno 40% nella prima metà del 1990); in un anno, più di mille aziende fece bancarotta, e metà delle banche del paese dovette chiudere nel giro di due anni. Il Prodotto Interno Lordo calò del 7,5% nel 1990; nell’anno successivo esso scese ulteriormente del 15%, mentre la produzione industriale calò del 21%. Alcune aziende “autogestite” poterono sopravvivere soltanto interrompendo l’erogazione dei salari: un anno dopo il viaggio di Ante Markovic a Washington, 600.000 lavoratori avevano perso il lavoro e un ulteriore mezzo milione, pur lavorando, non percepiva più lo stipendio!

Oltre un milione di famiglie aveva perso il reddito, ma, secondo la Banca Mondiale altre 2400 industrie avrebbero dovuto essere chiuse (con ulteriori “esuberi” nella cifra di 1,3 milioni). I tagli alla spesa governativa interruppero il flusso finanziario dal governo centrale alle repubbliche: questo è stato il colpo decisivo all’unità della Federazione, che ha assicurato il successo delle formazioni politiche secessioniste e nazionaliste.

La “1991 Foreign Operations Law”

Probabilmente, per i creditori le drastiche misure messe in atto dal governo di Ante Markovic non bastavano: in effetti il 5 novembre 1990 il Congresso statunitense approvò la legge 101-513, che prevedeva il taglio entro sei mesi di tutti gli aiuti e prestiti alla Jugoslavia. La legge prevedeva l’obbligo di tenere elezioni separate in ciascuna delle sei repubbliche costitutive, e sia le procedure di voto che i risultati delle elezioni avrebbero dovuto ottenere l’approvazione del Dipartimento di Stato: solo dopo questi adempimenti il sostegno economico avrebbe potuto essere reintrodotto, ma non più nei confronti del governo centrale, bensì solo delle singole repubbliche, e solo se governate da forze approvate come “democratiche.” Alla faccia dell’autodeterminazione dei popoli, tanto conclamata in seguito dai seguaci dello smantellamento della Jugoslavia!

Secondo una specifica disposizione della legge, tutto il personale statunitense insediato nelle istituzioni internazionali (Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale) avrebbe dovuto applicarla e farla osservare. In questo modo anche le organizzazioni internazionali venivano sottomesse alla legge statunitense e ne veniva seriamente minata ogni parvenza di indipendenza. Facciamo notare che quando la legge fu promulgata le elezioni erano già avvenute nelle diverse repubbliche della Jugoslavia; tuttavia molti analisti la ritengono rappresentativa del punto di vista e degli obiettivi perseguiti dai creditori. Le misure non avevano una giustificazione apparente, tanto più che all’epoca non vi era nessuna guerra civile o guerriglia in corso, né gli Stati Uniti erano coinvolti in liti con la Jugoslavia. Questa non aveva neanche un posto di rilievo nelle “news”!

Grazie alla legge 101-513, il governo jugoslavo non poté più pagare gli interessi sul debito estero né acquistare le materie prime occorrenti per l’industria. Il potere di acquisto era in caduta libera, i programmi sociali collassavano, la disoccupazione esplodeva e il settore industriale subiva una brutale distruzione. Né tutto ciò serviva a ripagare il debito: nel 1991 esso ammontava a 31 miliardi di dollari, dieci in più del 1988. Un quarto delle esportazioni veniva incamerato direttamente dai creditori.

Un embargo pluriennale

Il 25 giugno 1991 la secessione unilaterale di due repubbliche, insofferenti per il fatto che il governo federale potesse continuare a stampare moneta, sancì lo sfascio della Jugoslavia. Ma lo scontro si era aperto già sei mesi prima con la decisione slovena di non versare più allo stato centrale le proprie entrate fiscali. Dopo la Slovenia e la Croazia, toccò alla Macedonia, che proclamò la propria secessione il 15 settembre. Il turno dell’indipendenza della Bosnia-Erzegovina arrivò invece il primo marzo dell’anno successivo. Alle secessioni seguirono le guerre per la spartizione del territorio: dopo pochi giorni gli scontri dalla Slovenia si spostarono in Croazia, e successivamente in Bosnia-Erzegovina. Il debito estero fu accuratamente suddiviso fra le repubbliche, ora strangolate direttamente dai creditori senza l’intermediario della Federazione. Due delle repubbliche staccatesi dalla Jugoslavia, la Croazia e la Macedonia, seguirono attentamente le direttive del Fondo Monetario internazionale, ed ottennero in cambio “pacchetti” di prestiti in cambio del consolidamento dei programmi di bancarotta forzata iniziati da Ante Markovic.

Il periodo della guerra in Bosnia-Erzegovina, iniziata nell’aprile del 1992, fu caratterizzato da un crescendo di sanzioni imposte nei confronti di quella parte della Federazione che aveva scelto di conservare l’appellativo di Jugoslavia. Essa è costituita dalle repubbliche di Serbia e Montenegro, e comprende anche le due province autonome di Kosovo e Vojvodina. La guerra in corso forniva il pretesto per determinate decisioni davanti alle opinioni pubbliche dei paesi ricchi: esse potevano essere giustificate nel nome della presunta “cattiveria” dei Serbi, mentre fino al 1991 l’unico argomento era stato quello delle pretese dei creditori, poco spendibile presso le opinioni pubbliche. È significativo notare che rispetto al territorio della ex-Jugoslavia è stata solo la nuova federazione fra Serbia e Montenegro ad essere sottomessa a drastiche misure punitive, insieme per un breve periodo anche alla parte serba della Bosnia-Erzegovina.

Le prime sanzioni furono stabilite dai ministri della CEE, riuniti a Roma l’8 novembre del 1991, a soli quattro mesi e mezzo dallo sfascio della Federazione. Per avere una misura delle sanzioni, si pensi che il commercio con la Comunità aveva rappresentato fino ad allora i due terzi degli scambi della Jugoslavia. Appena un mese dopo averle promulgate, l’Unione Europea ritenne di dover precisare che le sanzioni, proclamate genericamente “contro la Jugoslavia,” dovevano intendersi applicabili nei confronti soltanto delle “repubbliche cattive”, cioè la Serbia e il Montenegro. Una simile posizione è incredibile se si pensa che l’indipendenza di Slovenia, Croazia e Macedonia non era stata ancora riconosciuta (ma lo sarebbe stata dopo poche settimane), mentre quella della Bosnia-Erzegovina non era neppure stata proclamata. Il tentativo di dividere le popolazioni proseguì quando il 10 gennaio successivo le sanzioni contro il Montenegro vennero levate, per cui esse rimasero soltanto nei confronti della Serbia.

Sulla scia dell’emozione suscitata dalla “strage del pane” avvenuta tre giorni prima ed attribuita erroneamente ai Serbi dalla grande stampa, il 30 maggio 1992 arrivò dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite la risoluzione numero 757. Essa prevedeva un embargo commerciale (in particolare delle importazioni di petrolio), il congelamento dei beni jugoslavi all’estero, l’interdizione dei voli civili, e la sospensione degli scambi scientifici e culturali e della partecipazione ad eventi sportivi internazionali. I risultati dell’embargo non si fecero attendere: l’approvvigionamento in prodotti farmaceutici calò spaventosamente fin da subito; l’industria metallurgica, fortemente dipendente dalla Slovenia e dalla Croazia, raggiunse una crisi profonda; mentre la mancanza di carburante fermò il paese. L’approvazione di queste sanzioni avvenne grazie all’inversione di rotta della politica statunitense: un anno prima, in effetti, il segretario di stato Baker in visita a Belgrado aveva dichiarato che gli USA non avrebbero riconosciuto nessuna secessione: Milosevic, apparentemente in buona luce al Dipartimento di Stato fino a poche settimane prima, era diventato un “nuovo Hitler.”

Il 22 settembre dello stesso anno la Jugoslavia fu addirittura espulsa dall’Assemblea Generale dell’ONU. Un provvedimento che non è mai stato riservato a nessun altro stato, e che è stato poi coronato con l’espulsione il 15 dicembre dal Fondo Monetario Internazionale e all’inizio dell’anno successivo dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Queste misure assumono il sapore di un’incondizionata presa di campo da parte delle istituzioni internazionali dopo l’ammissione avvenuta in maggio della Croazia, della Slovenia e della Bosnia-Erzegovina. Simultaneamente all’espulsione dall’ONU, è stato messo in atto un embargo navale totale sul Danubio e sull’Adriatico, e gli aerei statunitensi si sono incaricati di far rispettare la “no-fly zone.” Il 6 maggio dell’anno successivo le sanzioni furono rafforzate, e il Consiglio di Sicurezza (grazie all’astensione di Russia e Cina) decretò l’embargo totale contro la Serbia. Questa nuova sanzione avveniva per punire la Repubblica dei Serbi di Bosnia per non aver firmato il piano di pace Vance-Owen, e ciò malgrado il fatto che la stessa Belgrado avesse rotto con Pale ed avesse decretato nei suoi confronti un blocco degli aiuti: paradossalmente, fu solo a settembre del 1994 che le sanzioni furono estese ai serbo-bosniaci.

Come si vede, si tratta di un insieme impressionante di misure tese ad isolare e colpevolizzare un intero popolo ed a farne collassare le risorse economiche. Da questo punto di vista, esse si sono dimostrate del tutto efficaci. Il New York Times del 26 giugno 1992 scriveva che il dinaro si era svalutato di un fattore 200 rispetto al dollaro, che vi era stata una grossa carenza di beni ed un’impennata dei prezzi, e che l’inflazione galoppava intorno al 5-10% al giorno. Dopo solo 3 mesi dall’inizio dell’embargo la maggior parte delle fabbriche aveva chiuso per mancanza di materie prime e carburante, e centinaia di migliaia di lavoratori erano stati rimandati a casa. A settembre 1993, per i due milioni di abitanti di Belgrado furono introdotte le tessere per il razionamento alimentare, e poco dopo le tariffe elettriche furono decuplicate. Il 12 aprile 1994 l’Economist scriveva che il 60% dei lavoratori era disoccupato, che l’industria funzionava al 20-30% delle sue capacità, e che oramai il 40% dell’economia jugoslava era gestita dal settore “sommerso.” Per fare un esempio concreto, dal 1990 al 1995 la produzione annua delle automobili Yugo è calata da 200.000 a 3.500. Inoltre il sistema sanitario, un tempo considerato uno dei migliori, si ritrovava decimato, con tutto ciò che questo comportava per la popolazione civile.

L’embargo durò fino a dicembre 1995, e fu levato con la conclusione degli accordi di Dayton, ma le sue conseguenze si protrassero nel tempo: l’economia del paese era oramai distrutta. Un anno dopo, alla fine del 1996, la Croce Rossa dichiarava che il 30% della popolazione era caduta nello stato di povertà. Dal canto loro, nel 1998 gli USA e l’UE hanno imposto alla Jugoslavia una moratoria sui crediti e gli investimenti, tutt’ora in vigore.

Malgrado la sospensione dell’embargo, la Jugoslavia non venne riammessa all’Assemblea Generale, mentre il Fondo Monetario Internazionale stabilì che, per essere reintegrata, la Jugoslavia avrebbe dovuto ripagare interamente il suo debito precedente alle sanzioni, ed adottare un piano di riforme economiche, previa l’approvazione del Fondo stesso. Inoltre, i beni jugoslavi all’estero restarono congelati per ordine di un decreto presidenziale statunitense, e la Jugoslavia restò sotto il ricatto di una pesante minaccia: “le sanzioni potranno riprendere presto.” Queste minacce furono reiterate più volte: a febbraio 1996, e poi a giugno e a dicembre dello stesso anno; esse vennero finalmente attuate con il precipitare della crisi del Kosovo nel 1999.

La Bosnia di Dayton

Il 21 novembre 1995 vennero firmati gli accordi che fermarono l’evoluzione militare della guerra in Bosnia-Erzegovina. Questi testi sono significativi, in quanto promulgarono una vera e propria Costituzione per la Repubblica di Bosnia-Erzegovina, e ne sancirono un’amministrazione di tipo “coloniale,” presieduta da un Alto Rappresentante (straniero) con pieni poteri esecutivi negli affari civili e facoltà di destituire gli eletti. Nel nome della “democrazia” i creditori occidentali hanno imposto una costituzione fedele ai propri interessi, stabilita senza un’assemblea costituente e senza consultare la popolazione.

Le redini dell’economia bosniaca vennero affidate direttamente a istituzioni finanziarie straniere. Al Fondo Monetario Internazionale venne conferito il potere di gestire la banca centrale dello stato e di nominarne il governatore, il quale per una disposizione esplicita “non può essere un cittadino della Bosnia-Erzegovina o dei paesi limitrofi.” La direzione della vendita e della ristrutturazione del patrimonio pubblico fu invece affidata alla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS), istituzione con sede a Londra che ha per scopo la promozione del “mercato” nell’Europa centrale e orientale nonché nelle repubbliche ex-sovietiche, “finalmente” libera di mettere mano a settori strategici quali l’energia, l’acqua, i servizi postali, le telecomunicazioni, i trasporti, eccetera.

La presenza sul campo di truppe della NATO (60.000 soldati) sancì ulteriormente il clima da occupazione straniera. Esse sono infatti intervenute nel controllo delle elezioni ed hanno minacciato di distruggere i mezzi di informazione che avessero criticato la loro gestione. I comandanti militari hanno in alcuni casi rovesciato addirittura le sentenze dei tribunali locali e si sono messi alla ricerca e all’arresto di personalità e dirigenti statali, accusati dal Tribunale dell’Aia.

Per quanto riguarda la ricostruzione, il suo costo è stato stimato in 47 miliardi di dollari, cioè una volta e mezza il debito dell’intera Federazione nel 1991. Gli aiuti concessi invece (dei quali appena l’1,7% è stato elargito alla Repubblica dei Serbi di Bosnia) bastavano a malapena a coprire gli interessi sul debito.

Il 1999: anno dell’Euro e del bombardamento

Nel frattempo, cresceva la tensione nella provincia autonoma del Kosovo, facente parte del territorio della Serbia all’interno della Jugoslavia. La provincia è da considerarsi di interesse strategico, in quanto ricca di risorse minerarie, e in quanto luogo di passaggio per le materie prime in provenienza dal Caucaso e dirette verso l’Adriatico (il petrolio in primo luogo). In Kosovo si trovavano anche numerose centrali elettriche, tanto che solo un terzo dell’energia ivi prodotta veniva consumata localmente, mentre la restante parte contribuiva ad alimentare il Montenegro ed il resto della Serbia. Già nel 1989, pressata dal FMI a causa degli sperperi di denaro pubblico da parte della classe dirigente kosovara, la presidenza collegiale jugoslava aveva ridotto l’autonomia della provincia sino ad allora garantita dalla Costituzione di Tito e Kardelj: in effetti sin dal 1966 il Kosovo era stato il maggior fruitore dei finanziamenti erogati per lo sviluppo delle aree povere del paese. Questa decisione portò a numerose proteste ed alla rivolta di operai, minatori e studenti di lingua albanese, con l’intervento della polizia e dell’esercito.

Il 1999, l’anno in cui le nazioni dell’Unione Europea sono passate alla moneta unica, sarà ricordato da tutti per la sanguinosa guerra della NATO alla Jugoslavia. Difatti il 6 febbraio 1999, a Rambouillet il governo jugoslavo rifiutò il testo di un “accordo” che gli veniva sottoposto senza possibilità di negoziazione. Il testo in questione prefigurava una struttura statuale che assomigliava per molti versi all’amministrazione coloniale prevista per la Bosnia dagli accordi di Dayton: una costituzione fatta su misura per i creditori. L’autorità suprema per gli affari civili avrebbe dovuto essere affidata ad un “Capo della Missione di Implementazione” nominato dall’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, in cooperazione con l’Unione Europea. Secondo la bozza di accordo, egli avrebbe avuto il potere di stabilire direttive vincolanti per le autorità civili e di polizia, sarebbe stato l’autorità suprema di interpretazione del trattato, e avrebbe potuto destituire e sostituire i capi delle istituzioni eletti dal popolo. Inoltre, la Jugoslavia avrebbe dovuto accettare l’occupazione militare dell’intero suo territorio da parte della NATO, e concedere ai soldati dell’Alleanza l’immunità completa dalle leggi civili e penali.

I colpi della NATO furono diretti in particolare verso le risorse economiche, i maggiori stabilimenti produttivi, le centrali elettriche, i ponti e le vie di comunicazione: un paese moderno e sviluppato è stato fatto regredire ad un livello da Terzo Mondo. Dei nove ponti sul Danubio, sette sono stati distrutti interrompendo un’importante via di comunicazione che collega il vasto bacino fluviale centroeuropeo con il Mar Nero. La Zastava, industria automobilistica di Kragujevac che occupava 36.000 lavoratori è stata ripetutamente bombardata sino a ridurla in un cumulo di macerie. Fra il 4 ed il 18 aprile vennero colpiti ripetutamente gli stabilimenti petrolchimici di Pancevo determinando la fuoriuscita di pericolosi inquinanti; altri sette depositi di sostanze nocive sono stati bombardati nel territorio jugoslavo. Secondo fonti jugoslave, in tutto sono stati distrutti 372 impianti industriali, con enormi conseguenze per l’occupazione in un paese già drammaticamente piegato dall’indebitamento e dall’embargo. Colpendo industrie chimiche, raffinerie e depositi di carburante, sono stati liberati nell’ambiente grossi quantitativi di terribili veleni, destinando le popolazioni balcaniche ad una lenta agonia, destinata a perdurare ben oltre l’azione militare propriamente detta. L’inquinamento delle acque, dell’aria e del suolo ha inoltre procurato danni enormi alla produzione agricola.

Il Kosovo occupato

I bombardamenti si protrassero fino al giorno della capitolazione del governo jugoslavo: trionfante, entrò nel Kosovo il generale britannico Michael Jackson alla guida delle truppe della NATO. A capo dell’amministrazione della provincia fu posto il francese Bernard Kouchner, inviato speciale dell’ONU, il quale da allora si è distinto per aver tentato di staccare tutti i legami residui del Kosovo con lo stato jugoslavo del quale esso fa pur ancora formalmente parte: è stato introdotto il marco tedesco quale moneta nazionale in luogo del dinaro; sono stati separati il sistema postale e le comunicazioni; e sono stati separati anche i tribunali e la pubblica amministrazione.

Le truppe dei paesi dell’Alleanza (45.000 soldati, di cui seimila italiani) si sono divise da subito il territorio della provincia: alle truppe francesi è stato affidato il settore settentrionale, specializzato nella metallurgia non-ferrosa; la zona centrale della provincia, nella quale sono ubicate numerose centrali elettriche ed installazioni petrolifere, è invece stata affidata agli inglesi. Si racconta che appena arrivati, i Britannici abbiano circondato la centrale elettrica di Obilic con i loro carri armati, adducendo motivi di sicurezza, ed assicurando così a ditte inglesi l’appalto per la ricostruzione della stessa. I Tedeschi, i quali hanno occupato il distretto meridionale in compagnia di Russi e Canadesi, hanno invece potuto prendere possesso della Balkanbelt, industria della gomma con una tradizione di collaborazione con la Deutsche Kontinental e fortemente indebitata nei confronti dei tedeschi. Quanto agli Italiani, essi hanno prontamente piantato la loro bandiera nel distretto occidentale di Pec, al confine con l’Albania, prendendo sede nei locali della Zastava-Iveco, ditta che produce parti di camion e che è stata al centro di un progetto pluriennale di cooperazione internazionale.

Il comportamento dell’amministrazione internazionale del Kosovo ha presto rivelato la sua vera faccia: i suoi atti, giorno dopo giorno, sono stati sempre più espliciti; inoltre il resto della Serbia rimane sotto un rigido embargo. La mancanza cronica di medicinali e pezzi di ricambio è esemplare. Le accuse che sono state fatte ai nuovi colonizzatori sono molteplici. Si parla per esempio della chiusura forzata di alcuni stabilimenti industriali, passati direttamente sotto il controllo dei militari, nell’ambito della competizione fra Francia e Inghilterra per il controllo della società mineraria Trepca (piombo, zinco, cadmio, oro e argento): uno dei principali volani dell’economia jugoslava, considerato dal New York Times ”il più prezioso bene immobiliare dei Balcani.” Nel novembre 1999, in un impianto produttivo della Trepca di Kosovska Mitrovica il generale francese Ponset si è autosostituito al direttore, cacciandone via gli operai serbi, sostituendoli con albanesi, e sospendendone i rappresentanti di nazionalità greca facenti capo a Militineos, l’azionista miliardario che era entrato in competizione con la francese SCMM al momento della privatizzazione della società. Nell’agosto del 2000, con il pretesto di preservare l’inquinamento atmosferico il capo della missione dell’ONU Kouchner, francese, ha ordinato ai soldati dell’Alleanza di evacuare industria della Trepca di Kosovska Mitrovica, e di chiudere simultaneamente l’emittente radiofonica “Radio S”, che aveva espresso pareri critici dell’operato della NATO. Dopo aver preso il complesso minerario, la NATO lo ha affidato ad un consorzio privato chiamato “ITT Kosovo,” controllato da industrie del settore francesi, statunitensi e svedesi.

Nel distretto di Pristina, invece, il 14 luglio 1999 le truppe inglesi hanno fatto irruzione nella miniera “Kisnica,” sempre facente capo alla Trepca, sostituendone il direttore con uno di loro scelta e rimandando a casa 400 dipendenti. Persino le organizzazioni umanitarie sarebbero servite da copertura per calcoli di interesse. Ad esempio, secondo fonti governative jugoslave, l’agenzia umanitaria “Viva” sarebbe intervenuta con un carico di cloro a Mitrovica e Pec, salvando la vita, bisogna pur dirlo, a 200.000 persone. Ma il vero scopo era molto differente da quello dichiarato: trovarsi in una posizione di vantaggio per ottenere i contratti di assistenza tecnica per la rete idrica.

Conclusioni

In un mondo afflitto da guerre e conflitti etnici e che produce ogni anno profughi e rifugiati a milioni senza che nessuno se ne scandalizzi, perché mai le potenze mondiali hanno canalizzato così tanta attenzione verso i Balcani? Per chi esamina la situazione oltre il comune livello di superficialità, diventa poco credibile l’affermazione corrente che attribuisce alla “comunità internazionale” l’intenzione di salvaguardare i diritti umani ed aiutare le popolazioni in difficoltà. L’esame dei dati storici ed economici indica una continuità di azione, ad opera delle potenze creditrici, che ha progressivamente distrutto l’economia di quello che poteva considerarsi un paese industrializzato e con un buon tenore di vita, facendolo piombare nell’abisso. La legge 101-513 del Congresso statunitense, il lungo embargo degli anni 1992-95, i bombardamenti del 1999, e le modalità con le quali sono stati gestiti gli affari nelle due amministrazioni neocoloniali (Bosnia-Erzegovina e Kosovo) tradiscono l’esistenza di motivazioni e di interessi più profondi, le cui radici probabilmente non sono da ricercarsi esclusivamente nella regione balcanica.

La caduta della Cortina di Ferro e la riunificazione della Germania hanno aperto la corsa di imprese e capitali verso l’Oriente, considerato la nuova terra di conquista. È significativo ricordare il discorso di Clinton, tenuto nel 1994 dinanzi alla Porta di Brandeburgo: la Germania sarebbe oramai diventata il partner privilegiato dell’America, per realizzare la penetrazione militare, politica ed economica verso Est. Alle lentezze dell’Unione Europea nell’assorbire gli stati orientali, si è contrapposta la celerità della NATO, la quale ha già fatto tre nuovi membri fra i paesi dell’ex-Patto di Varsavia, con l’ingresso della Polonia, della Repubblica Ceca e dell’Ungheria avvenuto proprio in concomitanza con i primi bombardamenti su Belgrado. Il 18 novembre 1999, al vertice dell’OSCE tenutosi a Istanbul è stato varato un “piano di stabilità” per i Balcani, caratterizzato dalla designazione di “corridoi economici” destinati al trasporto di merci e materie prime. L’interesse della NATO per i Balcani è condizionato infine dalla vicinanza delle maggiori riserve petrolifere mondiali: da quelle “tradizionali” della penisola arabica a quelle del Mar Caspio, “liberatesi” con l’indipendenza di numerose Repubbliche ex-Sovietiche.

La Federazione Jugoslava fondata da Tito si iscriveva in un modello di convivenza multietnica che simboleggiava la stessa Europa, fatta di miriadi di popolazioni e minoranze sparse qua e là, e di stati di dimensioni ridotte, al di fuori di ogni razionale suddivisione del territorio all’interno di uno schema “risorgimentale” di stato-nazione. La sua posizione geografica, inoltre, ne faceva la porta verso l’Oriente: importante zona di passaggio e di incontro; centro di smistamento per merci e culture. La sua distruzione ha avuto come effetto politico maggiore quello di destabilizzare il Vecchio Continente e costringerlo ad accettare la “protezione” degli Stati Uniti. L’arroganza dell’imperialismo USA, non solo nei confronti di un piccolo stato di 10 milioni di abitanti già in preda a gravi difficoltà economiche e dotato di una forza militare nettamente inferiore, ma anche nei confronti dei propri Alleati, deve essere vista come una minaccia per la pace e per i popoli. La nascita di un nuovo Impero in Europa potrà essere soltanto una tragedia per noi, per cui è sorprendente la facilità con cui questa prospettiva è stata accettata dai nostri tirapiedi governativi e dalle opinioni pubbliche.

Franco Marenco

(settembre 2000)

Bibliografia

International Action Center, “NATO in the Balkans — Voices of opposition,” New York 1998.

Michel Chossudovsky, “La globalizzazione della povertà,” Edizioni Gruppo Abele, 1998.

Michel Collon, “Poker Menteur,” Éditions EPO, Bruxelles 1998.

http://www.iac.rm.cnr.it/~spweb/contributi%20scientifici/marenco.htm

Sui Marò

Proviamo a pensare cosa avremmo detto, e che cosa avremmo fatto, a parti invertite: se due militari di un Paese terzo avessero ucciso nel Mediterraneo due pescatori italiani; e, poi, se il Paese terzo avesse preteso di riprenderseli e processarli in proprio; e, infine, se avesse fatto marameo alla nostra giustizia, tradendo la parola data. Fuoco e fiamme, avremmo fatto!

(Giampiero Gramaglia, il Fatto Quotidiano)

Gustavo Piga ingeneroso su Monti

Alcuni spunti sono validi ed erano stati avanzati anche da Monti, che invece Piga attacca a testa bassa

http://keynesblog.com/2013/02/18/fare-al-contrario-ridurre-il-debito-pubblico-aumentando-la-spesa/

I 300 giorni che non hanno cambiato nulla se non Stiglitz

Sono passati all’incirca 300 giorni da quando l’economista Stiglitz fece tremare per un attimo i muri della indifferente politica romana, ad un passo da Montecitorio, politica di allora che non sapeva allora di essere ad un passo dalla sua eutanasia.

Quello Stiglitz-2012 che, come se raccontasse la cosa più ovvia del mondo, guardando fisso negli occhi il Presidente Monti gli disse: l’unica riforma che serve è quella della testa europea, che deve cambiare per combattere l’austerità, anche con il bilancio in pareggio, e cioè con le tasse che stai alzando sui cittadini italiani, invece di ripagarci il debito, dovresti domandarci produzione ed occupazione al settore privato tramite maggiore domanda pubblica, appalti, appalti, appalti.

Non scorderò mai il volto di un Presidente Monti culturalmente impreparato al concetto del moltiplicatore, all’idea che la politica della domanda pubblica è l’unica salvezza in queste gravissime crisi da carenza di domanda, quando ingenuamente chiese (prima ancora che a Stiglitz, a se stesso) “sono desideroso di sapere come rispettare l’obbligo di bilancio in pareggio facendo diminuire il rapporto debito su PIL e soddisfacendo al contempo l’esigenza immediata di crescita”.

Noi glielo abbiamo spiegato mille volte, anche con i calcoli degli economisti del Fondo Monetario Internazionale, ma era fatica inutile.

Oggi Stiglitz-2013 parla di nuova di Europa (vedi video qui). Dice cose molto simili. Eppure non esattamente le stesse. Qualcosa è cambiato nel suo linguaggio. Un anno cambia drasticamente le cose, confermando quello che diciamo sempre su questo blog, che non c’è tempo per aspettare le famose “riforme”, quelle che danno risultati a 10 anni (quand’anche fossero ben congegnate). Non c’è tempo. C’è bisogno di ben altro.

Parla sempre dell’enorme distruzione europea di capitale umano, di conoscenze e di entusiasmo specie nei giovani, che stiamo generando con questa stupida recessione auto-impostaci. Parla e dice ancora che la madre di tutte le riforme non è quella del mercato del lavoro in Italia, o della vendita del patrimonio pubblico, è la riforma dell’Europa verso la solidarietà. Perché senza di quella l’Europa muore.

E siccome non vede all’orizzonte segni di solidarietà sufficiente per far funzionare l’area dell’euro, dice per la prima volta in maniera esplicita, che “per salvare l’Unione europea e l’Europa, forse dovrà essere necessario sacrificare l’euro, anche se spero che ciò non avvenga. Purché le giuste riforme dell’Europa avvengano, in tempi rapidissimi”.

Io non concordo con lui su tante cose. Non concordo con lui che la strategia giusta richieda eurobond (impossibili da ottenere dai tedeschi), né che sia sufficiente e comunque molto rilevante l’unione bancaria per tirarci fuori dalle peste. Soprattutto non sono d’accordo con lui quando pensa che l’Unione europea e l’Europa si salveranno se salterà l’euro.

Ma sono d’accordo con lui quando chiede maggiori salari netti per gli operai tedeschi con politiche fiscali di minore tassazione in Germania (così che aumenti anche la domanda per i nostri prodotti), quando chiede politiche industriali che l’attuale Commissione europea vieta (in special modo penso ad aiuti specifici alle piccole imprese), quando chiede la fine dell’austerità in Italia.

E sposo la sua richiesta di maggiore solidarietà come l’unica vera riforma che serve oggi all’Europa, all’Italia, alla Germania.

La solidarietà non si inventa in un anno? Può darsi, ma certamente si costruisce con elezioni a suo favore, come ha fatto l’Italia votando 90 a 10 contro l’austerità, primo Paese ad avere il coraggio di farlo.

Ma, clamorosamente, sembrerebbe che queste elezioni non abbiano cambiato nulla nella politica e nella stampa italiana, occupata a parlare di nuovo di … politica ed elezioni. Nulla.

Zingales oggi sul Sole 24 ore traccia un’agenda che dovrebbe occupare i prossimi mesi di una potenziale coalizione Grillo-Bersani. Agenda che nulla serve al fine di combattere questa tragica condizione del mercato del lavoro e delle imprese: anti-casta politica, class action, abolire l’ordine dei giornalisti, salario di disoccupazione senza occupazione pubblica, fondazioni bancarie, la TAV, il no al Porcellum. E così, mentre PD e Grillo dovrebbero scannarsi tra loro su questi “micro temi” (per carità così nobili), dove troveremmo il tempo per combattere ciò che uccide occupazione, produzione, dove troveremmo il tempo per costruire l’alleanza europea per mettere pressione sulla germania e sull’Europa per abbattere con un bazooka l’austerità?

Il popolo italiano ha votato contro l’austerità, unica cosa che accomunava tutti i partiti che non hanno votato Monti. La politica pare non avere capito il messaggio.

A cominciare da Grillo che nel suo programma non ha la minima idea di come combattere l’austerità – anche se la sua protesta ne incorpora il disagio – e che nel suo rifiuto di sostenere qualsiasi coalizione e nel suo flirtare col referendum sull’uscita dall’euro (che ovviamente i suoi elettori non sembrano condividere) pare non dare grande priorità a tutto ciò.

Eppure dovremmo. Stiglitz non è europeo. A lui spetta essere osservatore che ricorda con precisione i sempre maggiori rischi a cui ci esponiamo con la nostra idiozia. A noi spetta costruire un futuro per le prossime generazioni. Scusate se è poco.

Senza l’euro? Se non sei al tavolo, come sempre, sei sul menù. Gli americani lo sanno, e si prenotano per rappresentare i nostri interessi a quel tavolo dovessimo spaccare l’Unione europea con la decisione di spaccare l’euro, come hanno fatto fino al crollo del Muro di Berlino.

Noi continuiamo a non capirlo. Si sveglino i politici italiani e capiscano cosa ha chiesto a voce alta la gente.

Grazie Concetta.

 

In Istria e Dalmazia

Il vice sindaco di Polesella (Rovigo), Daniele Milan, in vacanza sulle isole quarnerine

Alla scoperta dell’lstria e della Dalmazia

Il vice sindaco di Pole­sella (Rovigo), Daniele Mi­lan, è “L’italiano in vacanza” di turno che vuol fare senti­re la sua… Voce da turista un po’ particolare. Polesano, ma non nativo di Pola, ma come detto di Polesella, dove è vice sindaco, è in vacanza sul­le isole quarnerine di Cherso e Lussino. Appassiona­to dell’lstria e della Dalma­zia dal 1999, dopo aver letto “L’Esodo” di Arrigo Petacco. Il pregio di questo lavoro è di essere scritto in maniera fluida, quasi un racconto, una lettura senza stancare il letto­re che ha letteralmente entu­siasmato Daniele Milan. Da allora gira per Istria e per la Dalmazia e vuole conoscerle a fondo. Dopo aver trascor­so qualche giorno a Lussinpiccolo, anche per visitare la mostra dei “Martinoli, Tarabocchia, Luzzatto Fegitz” a Villa Perla, sede della Comu­nità degli Italiani, si è ferma­to quindi a Neresine. A Ossero, prima del concerto delle serate musicali, ha incontra­to il presidente del Comitato esecutivo della CI di Lussinpiccolo, Mariano L. Cheru­bini. Un incontro che si rin­nova ormai da 4 anni, per un continuo scambio di opinioni sulle Comunità degli Italia­ni in Croazia. Daniele Milan ha dato il suo appoggio per il gemellaggio di Polesella con il comune istriano di Sanvincenti, che si trova sulla stra­da regionale Pisino-Digna- no. La cittadina è dominata dal Castello Grimani, con le sue due torri rotonde. La for­ma attuale del castello risale al 1589, quando venne acqui­stato e restaurato dal vene­ziano Marino Grimani. Una storia comune con Polesella, per la presenza di famiglie veneziane come i Morosini e i Grimani. La curiosità di conoscere un pezzo di storia ha portato Milan a conoscere anche l’ambiente degli esuli, grazie al gruppo in Internet della Mailing List “Histria”. Ha conosciuto diversi esuli, i quali gli hanno spiegato le loro realtà, come il pranese Franco Viezzoli, oggi a Trie­ste, e Graziella Fiorentin, di Canfanaro, figlia di genitori veglioti. D’estate Milan visi­ta ogni anno volentieri tante nostre località, cimiteri com­presi. Un soggiorno da turi­sta in Istria, in Quamero o in Dalmazia, dove il suo spirito si ritempra.

da LA VOCE DEL POPOLO, quotidiano degli italiani dell’Istria e del Quarnero – 30 agosto 2012

“Il boemo”, “lo slavo” ed un’ignoranza tutta italiana.

Si parla di calcio, di due allenatori taciturni e timidi, ma molto concreti. Fanno del calcio-spettacolo la loro forza. Sono cresciuti nei campionati minori, ma finalmente la loro bravura è riconosciuta ad alti livelli e da pochi mesi sono approdati a Roma, in forza alle due squadre della capitale, Lazio e Roma.

Sono Zdenek Zeman, boemo con passaporto ceco, e Vladimir Petkovic, nato a Sarajevo. Di passaporti ne ha tre: bosniaco, croato e svizzero. Parlano diverse lingue (Petkovic addirittura sette: serbo-croato, tedesco, francese, italiano, inglese, spagnolo e russo) ed hanno una mentalità cosmopolita come il loro modello di calcio.

Repubblica, come tanti giornali, come tanti addetti ai lavori e come tanti tifosi, li chiama rispettivamente “il boemo” e “lo slavo”. Come se definissimo Hollande e Monti “il gallico” ed “il latino”. O ci riferissimo a Clinton ed a Blair come all’”americano” e l’”anglo-sassone”, ecc. ecc.

Già, perché i boemi di Zeman sono “slavi” come Petkovic, e come i russi, bielorussi, russini, ruteni, sorabi, serbi, polacchi, ucraini, cechi (boemi e moravi), slovacchi, sloveni, croati, bosniaci, montenegrini, macedoni, bulgari e moldavi di lingua russa. Perché poi ci sono i moldavi di lingua rumena che per il 90% degli italiani sono “slavi” anch’essi, e mai errore fu più grossolano, in quanto sono latini come noi italiani. Non lo sapevate che i rumeni sono latini? Lo dice il nome stesso: Romania. Fanno parte della stessa famiglia di spagnoli, portoghesi, francesi, ecc. ecc.

Petkovic, ha scritto un quotidiano sportivo, è stato portato alla Lazio dallo “slavo” Igli Tare. All’anagrafe albanese. Peccato che gli albanesi non siano “slavi”. Come non lo sono gli ungheresi (ugro-finnici come Finlandesi ed Estoni).

E i ROM? Di origine indiana. Né “rumeni” né “slavi”, come qualcuno crede. E con diversi passaporti, tra cui quello italiano. Chi si ricorda del calciatore Gigi Meroni del Torino? Era ROM. Italianissimo.

Quanta ignoranza nella terra di Leonardo da Vinci e Dante…

Lira-zona ed Euro-zona, entrambe sostenibili o entrambe insostenibili. Tertium non datur

Sempre impeccabile, prezioso ed efficace questo “Alieno”…

BIMBO ALIENO – Uno sguardo indipendente sul mondo

http://bimboalieno.altervista.org/?p=4543#more-4543

Sulla questione “sostenibilità dell’euro” da qualche tempo la dialettica ha preso una piega secondo la quale i razionali, quelli con gli occhi spalancati, hanno ben chiaro che il destino dell’euro sia ineluttabile, mentre quelli che pensano che il destino non sia ineluttabile siano dei semplici sognatori, gente che pensa con gli occhi chiusi e crede di vivere nel mondo delle fiabe.
Ed è proprio dalle fiabe, in particolare dalle fiabe norrene, che le riflessioni di questa sera hanno preso vita.
In un approfondimento da una lettura di mitologia comparata (sì, lo so, direte: “ma che roba leggi?“) mi é balzata tra le mani una teoria letteraria di un ingegnere italiano: Felice Vinci. La teoria é quantomeno sconvolgente: le leggende narrate da Omero si riferiscono a vicende sviluppatesi nel Mar Baltico.
La geografia descritta da Omero presenta innumerevoli incongruenze: gruppi di isole che non corrispondono, distanze inspiegabili, riferimenti climatici sballati. Confesso che io stesso in prima media, la prima volta che affrontai l’Odissea, mi chiesi come potesse un tizio in gamba come Ulisse metterci dieci anni a ritrovare la sua isoletta nell’Egeo… molti dettagli sono descritti su Wikipedia

Secondo Vinci, gli Achei sarebbero vissuti agli inizi del II millennio a.C. sulle coste del Baltico e alla metà del millennio, in seguito ad un irrigidimento del clima, individuato in quest’epoca dalla paleoclimatologia, si sarebbero spostati verso sud lungo il corso del fiume Dnepr giungendo al Mar Nero e all’Egeo. I nuovi venuti avrebbero fondato le città micenee (le tombe micenee più antiche sono ricche di ambra baltica, assente invece in quelle più recenti) e avrebbero quindi dato alle nuovi sedi i nomi delle località nordiche, ma in modo non perfettamente rispondente alla loro collocazione geografica originaria, a causa delle differenze di conformazione delle due regioni.
Con la migrazione avrebbero inoltre portato con sé i propri tradizionali racconti orali, una saga poetica ambientata nelle località della patria originaria, tra il mar Baltico e il Mare del Nord. La guerra di Troia si sarebbe svolta dunque non intorno al XIII secolo a.C., come normalmente ritenuto, ma intorno al XVIII secolo a.C. Dopo ottocento o novecento anni di trasmissione orale, i poemi sarebbero quindi stati trascritti tra l’VIII e il VII secolo a.C.

Insomma, mentre riflettevo su quanto tempo l’area geografica conosciuta come Europa avesse trascorso politicamente unita, sotto imperatori romani, Re Francesi, Spagnoli o Asburgici… ecco che viene fuori che la contaminazione culturaleintraeuropea si scopre vecchia di quasi quattromila anni portandosi via anche anche la localizzazione delle tradizioni culturali.

Poeticamente avrei fermato questo post qui, prendendo l’impegno di smetterla di chiamare “tedeschi” i tedeschi e “spagnoli” gli spagnoli, ma annunciandovi che da oggi saranno tutti qui definiti come europei di lingua tedesca ed europei di lingua spagnola, ma i razionali non sarebbero stati appagati, anzi avrebbero rafforzato il loro pregiudizio sull’inopportunità pratica dell’Europa.

Percui, per gli amanti delle questioni tecniche, tocca fare una vile digressione per ricordare – almeno di tanto in tanto – che non mi improvviso qui a parlare di questi temi.

La non sostenibilità dell’euro, ineluttabile va da sé, deriverebbe dalle divergenze fra le economie dei Paesi dell’eurozona. Una diversa inflazione fra Paesi core e Paesi periferici provoca una progressiva perdita di competitività di questi ultimi a vantaggio dei primi, generando un meccanismo per il quale i prodotti dei Paesi core vengono comprati sul mercato interno e a debito dai Paesi periferici, sui quali -nel tempo- i crescenti oneri finanziari finiscono per generare l’ulteriore (e incolmabile) scalino di competitività. Questo per la serie: so di cosa parlate quando fate riferimento a certe cose.

Quello che non mi convince é la risposta a questo tipo di problematica, ovvero il ritorno rapido ad una moneta nazionale, la cara e vecchia Lira.

Si tratta, a ben vedere, di una moneta che era condivisa fra aree economiche non omogenee, con diversi livelli di inflazione interna e squilibri crescenti.

In una parola: insostenibile :-)

Quello che alla Lira non succedeva era che nessuno scommetteva sulla nascita di unaLira1 e una Lira2, o sull’uscita della Basilicata. Questo accadeva perché era accettata e condivisa la solidità della unione politica delle regioni italiane sotto il governo di Roma.

Inoltre le Regioni italiane erano (sono) sottoposte alle medesime leggi in termini didiritto del lavoro, non permettendo che alcune aree potessero agevolarsi da comportamenti di dumping dei diritti (e a tal proposito ne parlavo anche in quest’altro post)

Le regioni della “Lirazona” erano inoltre equiparate fiscalmente. Non c’era l’area capace di sviluppare una bolla immobiliare facendo dumpig fiscale verso le imprese come ha fatto l’Irlanda. L’Unione fiscale della “lirazona” la proteggeva dal rischio di una competizione interna dilaniante tra le sue regioni.

Da ultimo la Banca Centrale della Lirazona all’occorrenza difendeva la valuta e in carenza (spesso in vera e propria sostituzione) di adeguata azione politica, provvedeva a svalutare per ripristinare competitività, impoverendo silenziosamente i suoi cittadini.

Ora, nel doppio sogno, ditemi voi se é più ragionevole sperare in un crollo dell’euro ed affrontare il default in un Paese zeppo di dipendenti pubblici e pensionati, per potersi chiudere in una piccola e ininfluente economia nazionale che si regge sulla svalutazione e con ogni probabilità alla mercé di qualche demagogo oppure se non convenga fare tutti gli sforzi necessari a raggiungere una correzione delle divergenze attraverso l’unione politicafiscale, del mercato del lavoro con una Banca CentraleEuropea con capacità autonoma di intervento.

Non esistono scorciatoie o vie percorrendo le quali si possa evitare qualche forma di sacrificio, di sforzo. Si tratta solo di scegliere che genere di sforzo e di sacrifici fare. E questo vale per tutti i cittadini europei: quelli che vivono in Paesi che hanno beneficiato positivamente delle divergenze e di una area di mercato a cambio fisso non hanno interesse a segare il ramo su cui sono seduti e dovranno – lo stanno iniziando a fare – rassegnarsi a pagare una parte del conto, a condividerlo. Come noi oggi condividiamo le “grane” che derivano dal loro dumping sul Lavoro, e le “grane” delle bolle immobiliari spagnole e irlandesi e della gestione allegra del bilancio pubblico greco.

Io non lo so quale scenario si realizzerà (confido sia quello delinato ormai un anno fa) cerco solo di sforzarmi di capire dove sono e cosa mi accade intorno, per poter scegliere consapevolmente in quale direzione spendere le mie energie e le mie speranze.

I cittadini europei devono imparare alla svelta a rispettarsi e volersi più bene, perché hanno un grande sforzo da compiere in modo condiviso davanti a loro: illivellamento delle divergenze.